La sconfitta dell'architetto solitario Trovare uno studio d'architettura con più di cinquanta dipendenti è difficile e stanno arrivando strutture forti dieci volte tanto. Pur avendo la meritata fama di essere un paese di grandi architetti, la crescita non c'è stata e, come dice Luigi Roth presidente di Fondazione Fiera Milano, siamo un paese di violini solisti, raramente di primi violini di un'orchestra: mancano soprattutto i direttori. Ma questa sorta di rachitismo professionale ha molte altre ragioni: il nostro Paese va fiero dei suoi architetti, soprattutto quando si fanno largo all'estero, ma non vuole pagarli decorosamente. Pochissimi hanno fatto fortuna, e in qualche caso l'hanno fatta non per meriti architettonici ma per le loro "relazioni" o per aver lavorato nel design dove i compensi sono spesso cospicue royalties. Qualcuno era benestante e ha investito nel suo futuro, ma nella maggior parte dei casi nessuno ha potuto permettersi il lusso di mettere in piedi strutture grandi e complesse. Oppure fare investimenti in documentazione e ricerca e correre rischi d'imprenditorialità professionale, come Norman Foster che con i suoi 500 collaboratori è stato chiamato dal Gruppo Zunino a reggere l'impatto del progetto Rogoredo-Montecity. Pirelli Real Estate, in accordo con Politecnico e Bocconi, forma il personale per le sue attività, ma quando ha bisogno di progettare deve integrare le competenze degli studi d'architettura di casa nostra. Solo questioni dimensionali? Non credo perché qui c'è anche chi ha come clienti grandi operatori immobiliari di oltre Oceano, pur senza disporre di gigantesche strutture. Al fondo c'è una crisi professionale con le sue radici in una sistema universitario fatto di facoltà di Architettura incapaci di guardare nella direzione giusta. Invischiato nelle riforma, nel tre più due che ricorda una promozione da super market, rivendica la sua autonomia da pallone aerostatico: libero di andare ma dove lo porta il vento. È vero che i laureati in architettura ci mettono poco a trovar lavoro ma quanti fanno l'architetto? Molti laureati colti, certo, ma dov'è l'architetto "normale", quello che sa fare le case, disegnare una scala, un serramento che funzioni, un particolare costruttivo, che sappia lavorare in squadra, integrarsi con gli altri? Questo per l'università vorrebbe dire aver l'occhio al mercato, dove lavorando si fa vera cultura ma le occasioni passano come i treni in stazione e non hanno un orario preciso. L'orario lo determina il sistema paese e chi lo governa. tratto da http://www.architettiroma.it |